Piattaforme elevatrici per disabili: la normativa

La prima volta che si è parlato di piattaforme elevatrici, a livello normativo, lo si è fatto con il Decreto Ministeriale n. 236 del 14 giugno 1989 in riferimento alla Legge 13/89. Queste “apparecchiature atte a consentire, in alternativa ad un ascensore o rampa inclinata, il superamento di un dislivello a persone con ridotta o impedita capacità motoria” sono impianti elevatori che vengono utilizzati in ambiti privati e pubblici da tutti coloro che hanno la necessità di servirsi di un mezzo di trasporto in alternativa all’ascensore, quando non ci sono gli spazi adeguati all’installazione di quest’ultimo.

Per garantire l’accessibilità a questi edifici privati e per affrontare concretamente l’eliminazione delle barriere architettoniche, quindi, ci si serve delle piattaforme elevatrici. Il DM 236 del 1989 e la UNI EN 81-41 si esprimono in tal senso: la normative europea tratta le piattaforme elevatrici senza porte in cabina e con vano di corsa chiuso, escludendo le piattaforme elettriche con trazione a frizione, mentre il DM 236/89 le tratta tutte.

Incrociando le due norme di riferimento scopriamo anche che quella europea non si occupa del luogo di installazione, mentre il DM riferisce anche le dimensioni necessarie davanti alla porta di accesso all’impianto (1.5 x 1.5 m per gli edifici pubblici, 1.2 x 1.2 per quelli privati). Le porte devono essere autorichiudenti, devono avere una apertura minima di 800 mm e un pannello trasparente, mentre la misura minima del vano della cabina per la normativa UNI EN 81-41 sono 80 x 125 cm, con portata 250 kg, 90 x 140 cm, se si riferiscono alla portata 315 kg, 110 x 140 cm per la portata 385 kg.